Alzare gli occhi al cielo

Riflessione sull'umanità e sul nostro posto nell'universo

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Alzare gli occhi al cielo

Qualche anno fa, durante il mio Ritorno di Chirone, il viaggio simbolico del "guaritore ferito", l'asteroide che ogni quarantanove anni circa ritorna al punto del cielo occupato alla nascita, mi svegliai dopo una fresca e incantata notte di maggio e scrissi di getto queste pagine.


Agli albori della vita sul nostro pianeta, l'uomo di allora uscì dal suo rifugio e, in una notte stellata, alzò gli occhi al cielo.

Non ci è dato sapere se e come il suo cervello pensasse, generasse astrazioni complesse o semplici reazioni di causa-effetto. Mi piace pensare che abbia avuto un tuffo al cuore, come l'ho io quando osservo questa immensità, per sentirlo più vicino a noi, nostro progenitore, seppur vissuto decine di migliaia di anni fa.

Mi piace pensare che anche lui, come me, si sentisse piccolo e inutile davanti a tanta bellezza ma, un attimo dopo, anche grande e meraviglioso, solo per il fatto di portare con sé un grande dono: l'umanità.

Già, l'umanità.

Dov'è finita, migliaia di anni dopo?

È nascosta, umiliata, vilipesa, maltrattata, derisa, ma esiste ancora.

Non esisterà per sempre però se i suoi portatori non la riconosceranno più nei loro cuori credendo di poterne fare a meno, senza capire che essa è l'essenza stessa del nostro vivere.

Hai mai sentito parlare della teoria di Gaia? Della Terra vista come un essere vivente a sé stante?

Secondo questa teoria, la Terra sarebbe un organismo in continua evoluzione, nato circa cinque miliardi di anni fa e ancora oggi in trasformazione. I continenti si muovono, le zolle tettoniche si spostano: il pianeta cambia incessantemente.

Sai cosa siamo noi esseri umani per Gaia?
I suoi parassiti, i suoi batteri, i suoi agenti patogeni.
Proprio come i parassiti che vivono nel nostro corpo.

Non sono forse loro che, prima o poi, ci conducono alla morte attraverso la degenerazione dei tessuti e degli organi?

Macrocosmo come microcosmo.

Distruggiamo il nostro ambiente, Gaia, così come i parassiti distruggono il loro: il nostro corpo.
Chissà se anche i parassiti, a volte, si rendono conto di ciò che stanno facendo.

Qualcuno potrà pensare che io stia delirando, che sia pazzo. Può darsi, mi piace pensare
che anche i batteri, esseri viventi, abbiano in comune con l'uomo una cosa: la vita.

Chi può negarlo? Chi può negare, solo perché infinitamente più piccoli di noi, che anch'essi abbiano una forma di intelligenza, un'organizzazione sociale, una loro parassiticità?

Che differenza c'è tra noi e loro?
Forse soltanto una differenza di scala.

Anche loro, forse, stanno studiando il loro immenso universo — il nostro corpo — e, abusando delle sue risorse, lo conducono alla morte.

Perché così potrebbe succedere anche all'uomo.

Se nel cuore degli uomini non crescerà la consapevolezza che il nostro vivere in modo scriteriato, senza un'intima visione universale che oltrepassi il nostro piccolo cortile e senza rispetto per ciò che rende possibile la nostra meravigliosa esistenza, ci porterà all'estinzione, allora il nostro destino non sarà diverso da quello dei batteri che, attaccando in massa un organismo, ne mettono a repentaglio la sopravvivenza.

L'organismo reagisce mediante anticorpi e, se ciò non bastasse, attraverso agenti esterni creati artificialmente dal progresso della medicina: gli antibiotici.

Intere colonie di batteri-parassiti vengono sterminate perché diventate patogene, nocive per il loro ambiente.

In origine, probabilmente, gli stessi microrganismi non arrecavano alcun danno all'organismo ospitante; anzi, avevano certamente una funzione importante negli equilibri del luogo in cui vivevano.

La loro proliferazione incontrollata, tuttavia, ha causato uno squilibrio numerico all'interno del loro universo e le scorie, i rifiuti della loro esistenza — notoriamente acidi — hanno messo in sofferenza gli organi coinvolti da questa smisurata proliferazione di vita.

Erano in simbiosi con il loro ambiente; ora non lo sono più. Ora sono patogeni, generatori di malattie, e vengono combattuti.

A volte vengono distrutti, altre no. Talvolta si giunge a un equilibrio precario e la condizione diventa cronica.

Microcosmo come macrocosmo.

Non ti sembra che la vita di questi esseri assomigli, in modo sorprendente, alla nostra?

Non ti sembra plausibile paragonare le scorie dei batteri ai milioni di tonnellate di gas velenosi che ogni giorno rilasciamo nella nostra aria, ai milioni di ettolitri di scarichi civili e industriali tossici che riversiamo nelle nostre acque, ai gas serra che alterano i delicati equilibri del nostro pianeta, la nostra casa?

E infatti Gaia si ribella e cerca in vari modi di riequilibrare gli squilibri che le imponiamo.

Non sono in grado di esibire statistiche in merito, ma una domanda nasce spontanea: quante vittime umane si contano ogni anno a causa di sconvolgimenti naturali?

Terremoti, maremoti, alluvioni, desertificazioni...

Quali differenze trovi tra il micro e il macro?
Io direi nessuna, se non la misura.

Molte volte la risposta alle domande più difficili è proprio la più semplice, la più intuitiva.

Non so come sia la parassiticità, ma conosco da quasi cinquant'anni l'umanità e credo che essa sia una forza vitale da salvare, perché racchiude un soffio speciale che la rende unica: il libero arbitrio, l'autodeterminazione.

L'umanità è capace di atrocità indicibili ed efferate verso i membri della propria stessa specie, atrocità che ci lasciano senza speranza e disperati; ma è anche capace di episodi di amore e bontà disinteressata che lasciano senza parole e riaccendono la speranza nel cuore.

L'umanità è speciale, credo, perché è capace di macchiarsi di stermini e genocidi di massa — non solo in Ruanda e Sudan, ma anche in Bosnia, Armenia, Kurdistan e nella Germania nazista — e, al tempo stesso, di gesti nei quali persone rischiano la propria vita non soltanto per salvare un loro simile, ma addirittura un cane che sta per annegare.

Piena di contraddizioni, certo, ma proprio per questo meritevole di proseguire il proprio cammino verso una coscienza nuova.

Il 2012, secondo testi maya e tradizioni di molte altre civiltà precristiane, avrebbe segnato un'epoca di grandi cambiamenti.

Non si tratta, a mio avviso, delle discutibili profezie di chiaroveggenti o di cialtroni televisivi che annunciano la fine del mondo, ma dell'interpretazione di cicli osservati e studiati nel corso dei secoli, basati su quell'orologio che sembra non sbagliare mai: la Terra.

La precessione degli equinozi è un movimento millenario del nostro pianeta, durante il quale l'asse terrestre modifica lentamente la propria inclinazione.

Gli antichi avevano previsto per quest'epoca grandi trasformazioni, che alcuni hanno interpretato, per propri fini, come la fine del mondo.

Io credo, invece, che possa essere la fine di un certo mondo.

Che dire delle persone che sacrificano la propria vita, in silenzio e senza clamore, dedicandosi alla cura e all'assistenza dei malati, degli infermi e delle creature più sfortunate, spesso volontariamente e senza altra ricompensa che un sorriso?

Senza scomodare Madre Teresa — caso emblematico, ma certamente non unico — chissà quante persone, come lei, donano ogni giorno la propria esistenza per la continuazione di un sogno:

alzare, una notte, gli occhi al cielo e vedere le stelle sorriderci con amore.

Daniele

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