Il tempo dove andiamo

Ricordi, viaggi e domande d’infanzia diventano riflessioni sul tempo, la memoria e l’esperienza vissuta, tra racconto personale e pensiero.

Il tempo dove andiamo

"Mamma… ma c’è il tempo là dove andiamo?"

Una domanda del genere, pronunciata da un bambino preoccupato di sei anni prima di un lungo viaggio, può sembrare ingenua. Eppure contiene un’intuizione sorprendente: il tempo non è soltanto ciò che segna l’orologio, ma qualcosa che può cambiare, dilatarsi, talvolta perfino sparire.

Ricordo esattamente quando glielo chiesi. Eravamo sul pianerottolo, all’alba, pronti a partire per la Puglia. Quella domanda nasceva da un dubbio autentico: laggiù, al Sud, i giorni sarebbero stati uguali ai nostri? Esisterebbero anche lì giovedì, venerdì e sabato? Lei colse quella domanda come una semplice eccentricità infantile o come un dubbio filosofico?

Non lo seppi mai, perché la sua risposta fu ovvia e rassicurante: «Certo che ci sono i giorni».

Per un bambino degli anni Sessanta, che non sapeva nulla di viaggi intercontinentali né di relatività, mille chilometri non avevano nessun senso. Forse, confusamente, stavo intuendo qualcosa che la fisica avrebbe formulato con ben altri strumenti: spazio e tempo non sono così separabili come sembrano.

Il viaggio durò circa venti ore. Le strade statali dell’epoca e le utilitarie di allora non trasformavano certo mille chilometri in una passeggiata. Eppure ciò che mi colpì non furono soltanto la fatica e la noia, ma soprattutto la sensazione di eternità. Arrivai a Peschici esausto, disidratato, con un occhio completamente chiuso per un’irritazione, come se il tempo stesso mi avesse attraversato.

Noi diciamo di “misurare” il tempo. Ma cosa misuriamo davvero? Fin dall’antichità abbiamo costruito strumenti: meridiane, clessidre, orologi meccanici, fino agli orologi atomici e ai dispositivi sincronizzati con i satelliti. Ma la meridiana misura il tempo o la posizione del Sole? La clessidra misura il tempo o il passaggio della sabbia? E un orologio atomico misura il tempo oppure la frequenza di oscillazione di un atomo?

Con Isaac Newton il tempo era considerato assoluto, identico per tutti, ovunque: una sorta di fiume uniforme che scorre indipendentemente dagli eventi. Con Albert Einstein il quadro cambia radicalmente: il tempo dipende dal movimento e dalla gravità. Non è più un contenitore neutro, ma una dimensione che si deforma.

Due orologi atomici perfettamente sincronizzati segneranno lo stesso tempo sulla superficie terrestre, ma mostreranno differenze, seppur minime, se uno viene portato in alta quota o viaggia a velocità elevate. Non è fantascienza: è fisica sperimentale.

La fantascienza, tuttavia, rende visibile ciò che la teoria suggerisce. Nel film Interstellar il protagonista perde poche ore su un pianeta, mentre sulla Terra passano decenni. Al suo ritorno, la figlia che aveva lasciato bambina è ormai anziana. Per lui sono trascorse poche ore; per lei, una vita intera.

Eppure non serve attraversare galassie per avvertire questa frattura. Basta ricordare l’infanzia. Un pomeriggio di gioco sembrava volare; due ore sui compiti parevano interminabili. Una giornata piena può dissolversi in un attimo; un’ora d’attesa può diventare infinita.

Forse, allora, la mia domanda di bambino non era del tutto fuori luogo. Forse intuivo che il tempo non è soltanto ciò che gli strumenti registrano, ma ciò che la coscienza vive.[Continua]

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