Mamma, l’amore che non chiede nulla in cambio

Una lettera intensa e autobiografica dedicata alla madre: sacrifici, amore silenzioso, ristrettezze, forza e gratitudine in un racconto intimo che attraversa l’infanzia, la crescita e il legame indissolubile tra madre e figlio.

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Mamma, l’amore che non chiede nulla in cambio

“La mamma tutto ti da e non ti prende niente, e se ti vede piangere, senza sapere perché…ti stringe in petto e piange inseme a te” TOTO’


C’eri quando sono nato e ci sei ancora.
Quando mi guardi negli occhi, ci sei tutta.
Tutta te stessa è dentro di me, perché io sono te.

Sai tutto di me, anche se nessuno te l’ha detto.
Mi leggi dentro come si legge una scritta nel cielo.
Mi accompagni con i tuoi occhi e so cosa vuoi dire.

Ora i tuoi occhi mi vedono appena, ma vi leggo
la conoscenza di me e della mia anima.

Ricordo l’espressione delle tue labbra quando sono stato stronzo con te e ti ho detto una cattiveria.
“Non fa niente”, diceva.
“Ti conosco e so che non l’hai detto apposta”, pensavi, però ti veniva da piangere.

A sedici anni mi hai fatto diventare adulto in un attimo, dicendomi: “Io non lo farei, ma va bene; ti assumi però le conseguenze delle tue azioni.”

A tre anni, solo una madre può accorgersi che l’udito di suo figlio sta calando,
e tu hai preso in mano la situazione con coraggio, arrivando a firmare la liberatoria per farmi operare… a tre anni, un intervento mai fatto prima di allora.

E non riesco nemmeno a immaginare cosa provasse il cuore di una madre nelle notti di attesa tra la decisione e l’operazione…
Grazie a te sento ancora tutti i suoni della natura, la musica, le parole.

Quattro figli, tu troppo impegnata in casa,
per diversi anni anche con la nonna da noi,
per poter seguire la tua vocazione di sarta,
e quindi un solo stipendio in casa.

I soldi che non c’erano mai, ti procuravano umiliazioni quando alla cassa del supermercato dovevi restituire qualcosa per starci dentro…eppure, le cinquecento lire per la miscela del mio Ciao c’erano sempre!

Nelle ore serali e notturne ti stancavi gli occhi per vestirci tutti: pantaloni, cappotti e giacche uscivano dalle tue mani e dalla macchina da cucire, che pregava di essere lasciata riposare…

Io mi vergognavo di non andare a scuola con jeans o giubbotti firmati e non capivo che la tua firma era la migliore del mondo, perché portava nel tessuto un amore intrinseco, fatto di stanchezza ma sostenuto dall’immagine, appuntata sul cuore, del destinatario di quella creazione.

Mi meravigliavo quando, alla stazione del treno,
prima di partire per Torino per andare a trovare la nonna malata, ti toglievi uno sfizio spendendo mille lire per Burda, una rivista.

La meraviglia spariva quando scoprivo che si trattava di una rivista per sarte, con cartamodelli per creare vestiti.

Lo so, forse i nostri occhi ti deludevano indossando quegli abiti, ma sono sicuro che tu capivi la nostra stupidità e non te la prendevi: l’amore che dai non vuole nulla in cambio, nemmeno a 92 anni…

I litigi col papà mi portavano agitazione e disagio ma ora capisco che era il tuo modo di rivendicare il tuo carattere per non far soffocare la tua voce come spesso avveniva alle donne a quei tempi: erano sempre discussioni molto accese, qualche volta eccessive, dove solo tu sapevi quando era il momento di smettere ma senza cedere di un passo.

Due anni fa ho seguito il consiglio di un’amico e ti ho presa in un momento di calma, seduti occhi negli occhi e mani nella mani ho avuto un’esperienza psico-magica: "Sei stata la mamma migliore che avessi potuto avere" ti ho detto.
I nostri occhi si sono bagnati, il tempo si è fermato e il cerchio si è chiuso: di nuovo io dentro te e tu dentro me.

Sento amore per te, cara mamma, ora lo so.
Lo so perché le tue azioni hanno dimostrato il tuo amore al di là di ogni ragionevole dubbio e non posso far altro che portarlo dentro di me e ricambiare.

Ora i tuoi occhi non riescono più a leggere e spero che qualcuno ti legga tutto questo al posto mio perché io sono sicuro, non riuscirei mai a farlo.

Il tuo (sempre) bambino, grillet

Daniele

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