Mohammed-Un'amicizia vera
Una storia di amicizia, accoglienza e speranza. A quarant'anni di distanza, il ricordo di Mohammed continua a vivere.

Questo racconto è stato scelto da Radio 24 per essere letto nel programma di Matteo Caccia: "Matteo Caccia Racconta", accompagnato da una mia intervista. Ecco il testo integrale.
Mohammed, un'amicizia vera.
Non abbiamo mai saputo né l’età né il suo cognome: per tutti gli amici del bar era solo “Mohammed”.
Come nella canzone di De Andrè, alla stazione c’era molta gente a salutare: il “nostro” Mohammed, l’amico marocchino, partiva per la Germania in cerca di una vita migliore.
Non c’era né il commissario né il sagrestano ma occhi rossi e cappello in mano sì.
C’eravamo tutti, noi del bar Saval, quartiere Saval, avamposto ovest di Verona, ad accompagnare questo alto, dinoccolato ragazzo dagli occhi dolci.
Lui, appoggiato con gli avambracci al finestrino abbassato del corridoio, ci guardava e non parlava, in evidente commozione.
Ricordo il suo sforzo per non piangere, tradito dal pomo di Adamo che saliva e scendeva. Era l’inizio dell’estate più calda che io ricordi dopo l’inverno di eccezionale rigore del 1985.
Ma facciamo un salto indietro.
In quegli anni di un secondo boom economico dopo quello degli anni ’60, l’immigrazione non era ancora molto diffusa anche se, nelle città più grandi, spesso per strada o nelle piazze si incontravano ragazzi africani che si sostenevano vendendo cinture, cappelli, collane, accendini e cassette musicali.
Da qualche sera vedevamo entrare nel “nostro” bar questo spilungone ragazzo marocchino, dai tratti inconfondibili. Occhi buoni, denti di morfologia quasi equina e molto sporgenti (io facevo e faccio tuttora l’odontotecnico per cui, la prima occhiata che dò, incontrando una persona è verso i denti) inizialmente un po’ riservato ma con una fierezza nel suo sguardo che ancora ricordo.
A 25 anni si fa subito a scambiare le prime battute con chi ha molto da raccontare.
Un attimo e Stefano, per tutti el Tondin, il più curioso e un po’ petulante, gli chiese dove abitasse e che lavoro facesse.
Rispose con un sorrisino alla seconda domanda e disse che aveva un letto in un appartamento nel quartiere, condiviso con altri otto connazionali!!
In breve tempo diventò uno della “maraja”, della compagnia in veronese, scoprimmo che era di Rabat, laureato (non ricordo in cosa).
Una sera, davanti a una coca-cola e un panino, in una paninoteca di via Sottoriva, ci raccontò che suo padre era un funzionario governativo della città e che avrebbe potuto seguire la sua strada, ma non condivideva lo stile di vita del suo paese e per questo cercava qualcosa di più in Europa.
Integrato ufficialmente, in realtà, non lo era: probabilmente il suo permesso di soggiorno era già scaduto da parecchio e prese la decisione di trasferirsi in Germania ad Achen (Aquisgrana) da uno zio che gli prometteva aiuto.
La nostra storia, la storia di una amicizia senza futuro, durata un paio di anni finisce qui, nel giugno del 1985.
Fine agosto: "guarda chi c’è" mi disse Flavio, per tutti el gal, indicandomi una persona di spalle, che perciò non vedevo entrando nel bar.
Il piacere della sorpresa si mischiò istantaneamente alla sensazione sgradevole che qualcosa fosse andato storto in Germania, se dopo pochi mesi Mohammed già faceva ritorno in Italia.
E questa impressione la si avvertiva nelle parole e negli occhi di tutti, in una di quelle situazioni in cui tutti pensano la stessa cosa, compreso il protagonista.
Si fece sera e l'urgenza dei suoi bisogni primari diventò impellente. Entrando nella sala del juke-box, del flipper e delle carte, mio fratello Luciano sollevò la questione: "Ragazzi, Mohammed ha bisogno di aiuto. Qualcuno può ospitarlo per qualche notte?”
Un’ora dopo, Mohammed, sedeva a tavola a casa nostra con Aurelio, mio papà, che si faceva raccontare la sua storia e con Antonina, mia mamma che già pensava a come sistemarlo in salotto per la notte.
La permanenza di Mohammed a casa nostra si prolungò più di una notte; il ragazzo non sapeva cosa fare.
Spesso si parla di carità cristiana, senza sapere cosa sia.
Parole vuote prive di significato, di corrispondenza nella vita reale e pratica delle persone.
Papà Aurelio e mamma Antonina me lo insegnarono con quella e con molte altre occasioni, ospitando per più di un mese Mohammed, in condizioni così disagiate, con la sola motivazione di aiutare col cuore un essere umano, coetaneo dei propri figli, che in quel momento ha bisogno.
Mohmmed non poteva più restare a casa nostra.
Mio papà Aurelio chiese consigli a un conoscente della questura e gli fu risposto chiaramente che ospitare clandestinamente persone senza documenti regolari avrebbe potuto causargli problemi.
Gli parlò con una grande umanità (ero presente anch’io al colloquio) e Mohammed capì. Si abbracciarono.
Carità cristiana che, Maurizio detto Mao non sapeva nemmeno cosa fosse.
Conosciuto qualche anno prima, Maurizio era un uomo completamente disabile che, non avendo più i genitori, aveva bisogno di assistenza per il giorno e, in quel periodo, anche per la notte.
Due-tre pomeriggi alla settimana lo accompagnavo a fare la spesa, a parcheggiare in via Quattro spade all’incrocio di Via Mazzini, la via pedonale più chic di Verona, per “vedere passare la gente” come diceva lui, senza scendere dalla macchina, operazione molto faticosa.
Nelle restanti ore della giornata Maurizio era assistito da uno studente egiziano, Bandhari, che si stava laureando in medicina e contraccambiava l’assistenza con vitto e alloggio, in una casa molto grande del quartiere signorile di borgo Trento.
A mio fratello maggiore Gianfranco venne l’idea del secolo e cioè di proporre, alla laurea e ritorno al suo paese di Bandhari, la soluzione di Mohammed.
Non credetti alle mie orecchie quando Maurizio rispose: “i marocchini puzzano!", con una espressione di disgusto che, ancora oggi, mi rimane come immagine simbolo del razzismo.
Sarebbe stata la soluzione perfetta per Mohammed, tale da permettergli di riprendere gli studi in una situazione di legalità.
Aveva un contatto a Milano e partì. Sempre con il suo fagotto di cassette musicali, orologi e braccialetti.
Questa volta, più mestamente della prima, non volle nessuno alla stazione e capii perché…
Pensandoci, quarant’anni dopo, a volte mi chiedo se non avessimo potuto fare di più, che ne so, trovargli un lavoro regolare, qualche contatto in strutture sociali che lo potessero avviare ad un percorso di regolarizzazione della sua posizione.
Così non fu, e per qualche motivo sentimmo che quella sarebbe stata l'ultima volta che lo avremmo visto.
Non ci sbagliammo, purtroppo.
Ma non fu l’ultima volta che lo sentimmo.
"Pronto? Con chi parlo?"
Luciano: "sei tu Mohammed?”
"Sii, ciao" disse Mohammed agitato dall’altra parte del filo.
Aveva il numero del nostro laboratorio odontotecnico dove lavoravamo tutti e tre.
"Dove sei?" chiese Luciano alzando la voce per coprire il rumore di fondo proveniente dalla cornetta di Mohammed.
"Sono alla stazione di Milano!" rispose il ragazzo ancora più agitato.
E continuò:"La polizia mi ha sequestrato la roba e mi rimandano in Marocco col foglio di via, non ho più soldi neanche per il tele…"
La telefonata si interruppe così.
Solo in quel momento ci rendemmo conto che non sapevamo nulla di Mohammed.
Non il cognome, non un indirizzo in Marocco, nemmeno un telefono… niente!
Ancora oggi mi chiedo cosa ne sarà stato di lui e spero che tutto quello che è accaduto in Italia sia stato “funzionale” al ritorno al suo paese.
Sono dell’idea che quando le cose non devono andare, non vanno, non importa qualsiasi cosa noi proviamo a fare.
E’ come nuotare contro la corrente impetuosa di un fiume in piena.
E, al contrario, quando devono andare, i fatti e le situazioni quasi “cospirano” a nostro vantaggio.
Il difficile è comprendere quale è la giusta direzione e lasciarsi portare dalla corrente.
Daniele
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