Questa è l'ultima
Una storia di dipendenze e di cambiamento

Questa è la trascrizione della genesi del mio romanzo, "La sigaretta che non fu mai", raccontata da Matteo Caccia su Radio 24 lo scorso gennaio e che potete ascoltare qui!
Questa è l’ultima
Una storia di dipendenze
"Questa storia viene da molto lontano.
Inizia negli anni ’70 quando, a dodici o tredici anni, misi in bocca la prima sigaretta e, senza aspirarla, mi atteggiavo a uomo maturo.
Naturalmente di nascosto da mamma e papà, che fumavano in casa con gli amici, negli scompartimenti dei treni, al cinema, in macchina, in nostra presenza… ovunque.
La professoressa di latino fumava due o tre sigarette all’ora, a un metro da me, soffiandomi il fumo in faccia.
Io e lei in classe. Da soli.
Sembra passato un secolo.
In terza media, quando il programma prevedeva tre materie facoltative, io solo scelsi latino per avviarmi all’indirizzo umanistico delle superiori.
E fumare era la cosa più normale del mondo…
(spegneva il mozzicone sotto il tacco e lo lasciava lì).
“Fammi provare”, dicevo a mia mamma.
“Quando sarai grande”, la risposta.
E lo diceva seriamente, come fosse normalissimo.
Cosa desidera di più un bambino, quando è ancora un bambino?
Diventare grande, naturalmente.
E perché non abbreviare l’attesa con una scorciatoia?
A sedici anni la prima sigaretta aspirata e… boom: la nicotina che mi circola nel sangue, con effetti – lo ricordo benissimo – di piacevole stordimento, quasi euforia.
Senza saperlo, la dipendenza iniziò quel giorno.
Il primo pacchetto a diciassette o diciotto anni, con il proposito: “Ne fumo solo quattro al giorno”.
Esigenza dovuta, a dire il vero, a motivi economici (la paghetta era quella che era).
La dipendenza striscia come il serpente biblico tra il fogliame: non si fa vedere, finché…
finché un giorno, molti anni dopo, iniziai a scorgerlo muoversi nell’erba alta, a sentirne i primi effetti.
Vie aeree ostruite dal catarro cronico, difficoltà a correre dietro a un pallone o a un avversario, bruciore alla vescica, cattiva digestione e saettanti mal di testa.
Ormai sono papà.
Mi vergogno di farmi vedere dai miei bambini (i tempi sono cambiati).
La salute, adesso, è tutto. È tutto per le persone che amo di più.
Darei la vita per loro, eppure…
“A Natale smetto. Al compleanno (il mio, quello di Anna, di Andrea, di Gianluca)…”.
E ogni volta: “Dai, aspettiamo Capodanno. Il mio quarantesimo. Il cinquantesimo… Quando avrò finito questo progetto. Quando sarò meno nervoso…”.
Uso verbi al futuro, ma il presente rimane sempre lo stesso:
dipendente da una sostanza (con l’aggiunta, in omaggio, di altre 69 sostanze cancerogene contenute in quei diabolici tubetti bianchi).
Dai quaranta fino alle porte dei sessant’anni, ogni giorno è un inferno, con una consapevolezza crescente della dipendenza, come l’imbuto delle bolge dantesche.
Il mondo, giustamente, cambia e noi veniamo visti come appestati.
“Per fortuna” ci vietano di fumare nei locali, poi anche all’aperto: allo stadio, nei luoghi affollati, ovunque qualcuno possa inalare il fumo.
Il disagio cresce.
I sintomi non sono più leggeri e la dipendenza aumenta, in proporzione al passare degli anni.
Fino al mattino del 29 gennaio 2019, quando – forse perché non l’ho più ignorata – accadde qualcosa.
Con il mal di gola e i primi sintomi del classico raffreddore da tabagista, mi sedetti al tavolino della cucina del mini-appartamento dove alloggio tuttora quando sono in Germania.
Dopo il caffè nero bevuto in fretta, spinto dalla solita brama di “cibarmi” di quel fumo tossico, presi l’accendino nella mano destra e l’ultima sigaretta del pacchetto nella sinistra e… iniziai a parlarle:
“Tu non sai la fortuna che hai avuto!”, le dissi a voce alta.
Quel giorno iniziò tra noi un dialogo pazzesco, tanto che nacquero immediatamente il titolo e l’idea di una storia:
“La sigaretta che non fu mai”
Il doppio senso del titolo, il dialogo quotidiano con lei e il raffreddore che si trasformò in influenza mi portarono a prendere il computer e, giorno dopo giorno, a scrivere il diario della mia liberazione.
E soprattutto…
a smettere per sempre di fumare.
Sono passati quasi cinque anni e “Last Ciga” (questo il nome della sigaretta superstite, uno dei personaggi del romanzo) è ancora nel suo pacchetto originale, un po’ ingiallita, ma intatta.
In salute.
Come me.
Ho ripreso a sudare sulla bicicletta e, dal 2023, a scrivere alle cinque del mattino, prima del lavoro, il sequel de La sigaretta che non fu mai.
Il processo di introspezione, nato per raccontare la mia dipendenza fisica dalla nicotina, ha avuto effetti inaspettati:
mi ha rivelato che le dipendenze sono molteplici e permeano la mia vita, radicate profondamente nel tempo.
Non solo dipendenze da sostanze, ma anche emotive e affettive: da persone, situazioni e cattive abitudini che limitano – e spesso annullano – la nostra libertà.
Un altro aspetto straordinario di questa storia è stata la riscoperta della scrittura, una passione abbandonata troppo presto.
Questo ritorno ha cambiato radicalmente la mia vita.
E spero che la mia esperienza possa aiutare altri a trovare la forza di liberarsi dalle proprie dipendenze.
Daniele Di Nenno
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