Un cane non è soltanto un cane

Quando arriva, diventa parte delle nostre abitudini. Quando se ne va, lascia un'assenza che sorprende per quanto è grande.

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Un cane non è soltanto un cane

Nessun essere umano può portare a un altro il dono dell’idillio.
L'unico a poterlo fare è l'animale perché lui non è stato cacciato dal paradiso.
L’amore tra l’uomo e il cane è idilliaco e tra esso non ci sono né conflitti né scene strazianti. Non ti dirà mai "facciamo un altro gioco, sono stufo" se tu gli darai, come ogni giorno, un panino da mettere in bocca e portare in giro.

Milan Kundera-L'isostenibile leggerezza dell'essere


Muore Karenin, la cagnolina della famiglia. Dolore.

Tomàs, medico chirurgo escluso dall’esercizio professionale dal regime comunista in Cecoslovacchia dopo l’estate del 1968, notò durante una rituale passeggiata serale con la moglie Tereza, che la bestiola zoppicava.

Una breve palpazione di una pallina sospetta, che lui stesso tenterà di operare tre giorni più tardi, la porterà (era una femmina e, siccome a Tereza sembrava brutto dare il nome di un celeberrimo personaggio tolstojano a una cagnolina, la volle chiamare con la versione maschile), dopo una breve sofferenza, alla morte.

La sofferenza descritta dallo scrittore, la cerimonia della sepoltura in un rettangolo già destinato ad accogliere il corpicino di Karenin, sotto ad una pianta in giardino, il momento del trapasso con la mano sulla testolina appoggiata alle zampe, sembreranno eccessivi e fuori luogo alla maggior parte dei lettori...


Dieci anni, dieci anni vissuti con te, Ciarlino.

I miei bambini ti volevano, ti sentivano arrivare.
Dieci anni Andrea e cinque Gianluca ti hanno sognato per tantissime giornate di gioco e di scherzo con te.

L'amica di mamma Anna le aveva detto che i suoi cani avevano fatto una cucciolata e, dopo le vostre assicurazioni sulla cura che avreste avuto, non ho potuto che acconsentire.

«Sono nati il 27 gennaio», ci disse Luisa, mostrandoci questi cinque o sei cuccioli che ci vengono incontro festosi al cancello della villetta, quasi sapessero di doversi mettere in mostra come bambini di un orfanotrofio.

Tutti identici e della stessa taglia, incroci con geni del lupo e di chissà cos'altro.

Io metto gli occhi su una femminuccia dal pelo color caffè, più riservata degli altri, che resta un po' indietro e, sbadigliando, si passa la zampa sul musetto.

Il più vispo e sveglio fosti tu, un maschietto dagli occhi luccicanti, e i bambini ti scelsero.

«Dovremo dargli un nome», disse Anna nel breve viaggio di ritorno verso casa.

Passando dall'ingresso dell'aeroporto militare, Andrea lesse sul cartello «Charlie», riferito allo stato di allerta di quel periodo, e quello fu per sempre il tuo nome.

Sempre con noi, in auto con la testina appoggiata al tappetino, lunghe ore in spiaggia sofferente per il caldo sotto la sdraio, lunghe giornate nella cuccia in attesa del nostro ritorno, la tua vita era dedicata a noi, la famiglia alla quale appartenevi.

Sul certificato di vaccinazione il tuo nome era accompagnato dal nostro cognome e il chip che avevi sotto la pelle ti avrebbe fatto riportare sempre da noi.

Non servì mai! E dove avresti voluto stare se non con noi, la tua famiglia?

Un minuscolo parassita maledetto, nonostante la prevenzione e la cura di Anna, attaccò i tuoi organi: leishmaniosi fu il verdetto terribile e senza speranze del secondo veterinario (il primo negò la prognosi nonostante tutti i sintomi la confermassero).

Nel frattempo i ragazzi erano cresciuti in età universitaria e liceale e, nonostante i soldi non bastassero mai, ti dedicammo cure costose paragonabili alla chemioterapia degli umani.

Ti riprendesti e per un po' sembrava che la malattia fosse sotto controllo.

Un anno dopo la ricaduta velocissima e gli ultimi giorni in casa nostra ci fu un silenzio e una tristezza mai provati.
Il sabato la decisione di non farti soffrire più e l'appuntamento preso per il lunedì mattina successivo dal veterinario.

Naturalmente l'ingrato compito toccava a me e già sapevo come sarebbe andata.

Come quella volta che portai a far sopprimere dal veterinario un gattino miagolante, notato sul ciglio di una strada con la schiena spezzata dopo un probabile investimento.

La dottoressa, facendo l'iniezione e notando le mie lacrime, mi chiese comprensiva se gli volevo bene.
Fu sorpresa quando si sentì rispondere che non l'avevo mai visto prima...

Il sabato e la domenica furono tristissimi per tutti noi: da giorni non mangiavi e non bevevi più, restando senza un lamento, ad occhi chiusi e con un respiro accorciato nella tua cuccia.

L'ultima notte la passasti assistito da Andrea e Anna, che non ti lasciarono solo un attimo.

L'appuntamento dal veterinario era per le nove e prima di portarti passai dal laboratorio per preparare il lavoro della giornata.

Suona il telefono: «Papi, non c'è bisogno che vai... è morto», mi disse Andrea con la voce roca.

Caro Ciarlino, cagnolino della nostra famiglia, il tuo amore per noi mi volle risparmiare la pena di vederti morire tra le mie braccia e lo facesti invece tra quelle di Andrea, che più di tutti ti volle dieci anni prima.

Per giorni ho annusato il tuo odore in macchina e mi sarei rattristato quando non si sarebbe più sentito...

Quel pomeriggio nuvoloso di febbraio ti seppellii in lacrime nel campo di due amici, Giuseppe e Simonetta, vicino alla tomba del loro amato coniglietto.

Loro hanno assistito alla mia pena con una comprensione umana che ancora ricordo e che ringrazio, facendole diventare per me persone speciali, pur conoscendole poco, prima di allora.

La sera piovve, ti pensavo ed ero in pena per te, là sotto.
Lo so, può sembrare eccessivo. Ma lo è soltanto per chi non ha mai provato qualcosa di simile.

Se anche tu hai conosciuto un Ciarlino nella tua vita, mi piacerebbe leggere la sua storia.

Daniele

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